La teoria

I tipi psicologici non esistono.

Pensare che la personalità, con tutte le sue sfaccettature, con tutte le sue rifrazioni sempre cangianti, possa essere espressa con una sigla e quattro righe di definizione, è avvilente. Ed è anche assurdo, se ci pensiamo. I tipi psicologici sono 8 e al mondo siamo più di 7 miliardi, quindi dovrebbe esserci quasi un miliardo di persone che pensa, sente e agisce nello stesso modo. Non ha molto senso. Anche ammettendo che ci sia un miliardo di persone che presenta dei tratti in comune, siamo certi che sia così interessante studiare quei tratti, molto generici, e non invece le peculiarità di ognuno, quelle caratteristiche che ci rendono unici, quelle che fanno di un generico essere umano un individuo?

Ed è proprio sull’individuo, in quanto singolo ente distinto dagli altri della propria specie, che si basa la psicologia analitica di Jung. Lo psicologo svizzero, che nel 1921 scrive i Tipi psicologici, definisce “processo di individuazione” il percorso evolutivo di un soggetto verso la totalità della psiche, verso una personalità più completa che mantiene una sua fisionomia specifica (appunto, il tipo psicologico), ma riesce a estendere il suo raggio di azione a territori lontani dal proprio centro. In questa prospettiva, identificare il proprio tipo psicologico non è il punto di arrivo, ma solo una tappa di un lungo percorso conoscitivo.

Il viaggio inizia comprendendo la differenza tra introversione ed estroversione. E non si tratta di stabilire chi sia timido e chi disinvolto o espansivo. Ci sono, infatti, introversi tutt’altro che timidi (Steve Jobs, Elon Musk, Mark Zuckerberg, per fare esempi noti); ci sono persone schive, riservate, solitarie che si trasformano appena salgono su un palco e riescono a catalizzare l’attenzione di migliaia di spettatori (da Jim Morrison a Vasco). Allo stesso modo, ci sono estroversi solari, aperti, comunicativi, ma incapaci di parlare in pubblico anche solo per 30 secondi. Quindi, il discrimine tra introversione ed estroversione è un altro: l’energia psichica. Per Jung, è introverso chi orienta la propria energia psichica prevalentemente verso il mondo interiore. È estroverso, invece, chi la orienta verso l’esterno. Quindi l’introverso può anche essere socievole, ma più tempo passa in mezzo agli altri, più si scarica e avverte l’esigenza di spazio e di tempo da trascorrere da solo o nella ristrettissima cerchia di persone con cui si sente davvero se stesso. L’estroverso, al contrario, si ricarica stando in mezzo agli altri. Ovviamente, nessuno è del tutto introverso o estroverso: cit. Jung.

Jung osserva poi che ci sono quattro fondamentali funzioni cognitive. Due sono percettive, riguardano cioè il modo in cui percepiamo la realtà. Due sono giudicanti e riguardano il modo in cui processiamo le informazioni. Le funzioni percettive sono la Sensazione (o Sensorialità) che si basa sui 5 sensi e l’Intuizione che si basa su processi mentali. Di fronte a un albero, la Sensazione ci fa cogliere i dettagli fisici, concreti, mentre l’Intuizione ci fa immaginare la foresta. Le funzioni giudicanti sono il Pensiero e il Sentimento. Il Pensiero ci fa decidere sulla base di considerazioni razionali. Il Sentimento ci fa decidere sulla base dei valori o delle emozioni.

Ognuno di noi – ipotizza Jung – privilegia una modalità percettiva rispetto all’altra e una modalità giudicante rispetto all’altra, così come ognuno di noi privilegia l’atteggiamento introverso o quello estroverso. Combinando le 4 funzioni cognitive con l’introversione e l’estroversione, otteniamo 8 tipi psicologici. Per esempio, il tipo di Pensiero Estroverso è una persona che si sente più estroversa che introversa e che tende a giudicare la realtà più attraverso il Pensiero che attraverso il Sentimento.

Nei primi anni Sessanta, Katharine Briggs e Isabel Myers riprendono il modello junghiano e lo sviluppano in un sistema di 16 tipi, elaborando un test, l’MBTI (Myers Briggs Type Indicator). Questo test è, tutt’oggi, uno dei più utilizzati dalle grandi aziende per la selezione del personale. Sotto questo aspetto, è un ottimo strumento, perché ti consente, in pochi minuti, di farti un’idea sulle attitudini e le capacità di una persona. Uscendo però dall’ambito strettamente lavorativo, l’MBTI mi sembra che sia troppo statico, perché si limita a darti una sigla e un profilo, piuttosto generico, di come tu ti percepisci adesso, in questo momento e in questa specifica situazione. Ma, molto spesso, la persona che siamo sul lavoro è diversa dalla persona che siamo in famiglia o con gli amici o con noi stessi. Siamo sempre Uno, nessuno e centomila, come scriveva Pirandello negli stessi anni in cui Jung teorizzava i Tipi psicologici.

Per darci un’idea di tale complessità occorre che il sistema dei tipi psicologici venga problematizzato. Per esempio, con uno schema di questo tipo.

Questo schema ci fa vedere come, nella psiche di ogni tipo, agiscano costantemente forze diverse. C’è una funzione dominante, che è quella in cui noi maggiormente ci riconosciamo e quella che sappiamo governare meglio. Poi c’è una funzione ausiliaria, che dovrebbe avere il compito di equilibrare e sostenere la prima. Vedete? Se la prima è estroversa, la seconda sarà introversa. E viceversa. Se la prima è percettiva, la seconda sarà giudicante. E viceversa. Tuttavia, questa collaborazione non sempre si realizza. Spesso la prima e la seconda funzione entrano in contrasto e da qui nasce la maggior parte dei nostri problemi, della nostra confusione.

Poi ci sono due funzioni inferiori, quelle che fatichiamo a governare, in quanto immerse nell’inconscio. È importante soprattutto la quarta, quella inferiore, quella che Jung definisce “barbarica”, perché non è evoluta, sfugge al nostro controllo e rappresenta l’esatto opposto della prima, la dominante. È, in altri termini, il nemico di noi stessi, quello che ci mette continuamente in crisi. Ma può anche diventare la spinta che ci fa uscire dalla crisi, che suggerisce soluzioni a cui non avremmo mai pensato.